Miscellanea

Un prodotto innovativo! – Coordinamento Italiano Motociclisti

Posted by Birubiru on July 28, 2014
CIM, Miscellanea, Notizie, Stupidità / No Comments

Ogni tanto qualcuno ci dice “per forza siete in pochi, se trattate male i motociclisti cosa pretendete?”. Queste affermazioni sono in relazione ad alcuni degli articoli che compaiono sul nostro sito, come quello sui “motociclisti pirla”, o quelli sui “motoimbecilli”.

Ci viene detto che con i nostri comunicati, se assegnamo ai motociclisti un certo tipo di categoria, si sentono attaccati e non ci danno supporto, ma anche chi fa queste critiche fa parte di una specifica categoria, purtroppo molto diffusa: quelli che parlano senza essersi prima informati.

Il CIM è impegnato su alcune attività, come quella relativa ai guardrail, ai pedaggi autostradali, alle assicurazioni per i motoveicoli.

I soliti poco informati potrebbero dire “lo fanno anche altri, come giornalisti, altri gruppi, anche l’ANCMA, non siete mica gli unici!”

Vero, ORAMAI non siamo gli unici, ma occorre ricordarsi che per tutte queste situazioni, siamo stati I PRIMI a parlarne.

Mentre i giornalisti pensavano alle competizioni (come anche la FMI…), mentre gli altri gruppi nemmeno esistevano, mentre l’ANCMA pensava ai produttori di moto ed accessori (come è giusto che sia) sin dal 1991 il Coordinamento Motociclisti (da cui il CIM è nato come sua evoluzione) cercava di fare emergere questi problemi, per cercare di fare cambiare le cose.

Dopo oltre vent’anni abbiamo constatato che in questi obiettivi ci sono delle caratteristiche in comune:

  1. sono state iniziate dal Coordinamento Motociclisti
  2. hanno riscontrato una notevole attenzione dei motociclisti
  3. hanno però avuto una minima partecipazione concreta da parte dei motociclisti
  4. i risultati ottenuti sono stati minimi, in linea con la partecipazione attiva dei motociclisti.

La partecipazione attiva dei motociclisti è INDISPENSABILE per ottenere dei risultati. Per una ASSOCIAZIONE è infatti impensabile ottenere risultati in altro modo. Non siamo finanziati da fondi dello Stato, non abbiamo amici o sponsor importanti, il modo principale che abbiamo per trovare le risorse sono le iscrizioni dei tesserati.

Provate a pensarci: siamo una associazione di categoria con obiettivi che potrebbero essere paragonati a quelli di un sindacato. Secondo voi un sindacato con poche centinaia di iscritti su una base di qualche milione di utenti (8 milioni di motoveicoli immatricolati in Italia…) che risultati può ottenere? Che credibilità riesce ad avere? Che impatto può avere sulle istituzioni?

Sono più di vent’anni che cerchiamo di risvegliare la coscienza dei motociclisti italiani, che cerchiamo di ricordare il concetto di “solidarietà” che dovrebbe essere tipica dei motociclisti. Quella solidarietà e quello spirito di corpo che ha portato in altre nazioni europee a creare associazioni analoghe al CIM con decine di migliaia di iscritti. Associazioni come la francese FFMC, che con oltre 40.000 iscritti riesce ad influire sulle leggi che impattano sui motociclisti.

In seguito a tutto ciò abbiamo ricevuto risposte che farebbero perdere la pazienza ad un santo. Prima ci dicono “bravi, fate bene, continuate così” ma di iscriversi non se ne parla. Le scuse utilizzate sono tantissime, nemmeno stiamo a riepilogarle, sono una dimostrazione pratica di quanto i motociclisti italiani siano troppo “italiani” e troppo poco “motociclisti”.

Ma quando ci dicono “quando avrete dei risultati allora mi iscrivo”, oppure in seguito ad una azione avversa ai motociclisti fatta da una amministrazione pubblica ci dicono “si vede che il CIM non conta nulla” allora anche il Santo perde la pazienza, e si capisce che con la diplomazia non si ottiene nulla.

A questo punto l’unica è dire le cose per come sono.

E come diceva Forrest Gump: “stupido è chi lo stupido fa.”

Qualcuno si sente offeso e dice “allora me ne starò lontano dal CIM”?

Capirai cosa cambia. Se durante i vent’anni in cui abbiamo detto le cose in altro modo lui è rimasto a guardare, vuole dire che non è il modo che abbiamo di dire le cose che lo tiene lontano, ma più banalmente che non lo interessano.

Aggiungo anzi che è corresponsabile della situazione in cui ci troviamo, perché con il suo disimpegno ha dato un implicito assenso a chi ha creato le situazioni ostili ai motociclisti.

Per capire se un certo comportamento è giusto, si deve sempre pensare “e se tutti facessero così?”. Se tutte le persone, di qualunque associazione di qualunque tipo, (associazioni di categoria, partiti, sindacati) fossero disposte ad associarsi solo quando ci fossero dei risultati, ad oggi non esisterebbe nessuna associazione di nessun tipo ma soprattutto nessun risultato a favore delle varie categorie.

Il concetto è semplice: PRIMA ci si unisce per riuscire ad essere in tanti, DOPO si riesce ad avere le risorse per fare azioni concrete ed ottenere risultati. E come dicevo prima, solo gli stupidi non riescono a capirlo.

Oramai il tempo della diplomazia è finito, è finita anche la pazienza. Se volete capire le cose, bene. Ma se trovate ancora scuse per tenervi fuori, non avrete nemmeno il diritto di lamentarvi, visto che come diceva Martin Luther King:

Può darsi non siate responsabili per la situazione in cui vi trovate, ma lo diventerete se non farete nulla per cambiarla.

A questo punto non ci resta che proporvi un nuovo prodotto, che abbiamo pensato apposta per voi…

Lo avete visto nella foto dell’articolo, personalizzabile con il numero del vostro campione preferito. Abbiamo cominciato con il primo che ci è venuto in mente, ma sono disponibili altre possibilità.

Vi assicuro che vi servirà, soprattutto se continuerete a restare a guardare alla finestra… una posizione molto pericolosa.

Marco Polli
Presidente del Coordinamento Italiano Motociclisti

 

http://www.cim-fema.it/web/blog/1575-un-prodotto-innovativo

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Lettera Aperta del Coordinamento Italiano Motociclisti e Cosa ne Pensiamo…

Posted by Kakugo on February 03, 2013
Miscellanea, Normativa, Notizie / 1 Comment

Il Coordinamento Italiano Motociclisti ha di recente pubblicato una lettera aperta al mondo politico in occasione delle elezioni.

Ne potete vedere il testo qui: http://www.dueruote.it/notizie/leggi–norme/elezioni-lettera-aperta-dai-motociclisti

Per quanto si tratti di punti ampiamente condivisibili ci sono da notare diverse cose:

1) Tuning: che si faccia finalmente una legge che consenta di sostituire alcuni componenti del veicolo (specchi, frecce, ma anche particolari meccanici come sospensioni, ruote…) senza perdere l’omologazione.

Già da diversi anni si parla di uno “snellimento” che dovrebbe portare alla possibilità dell’omologazione di pneumatici di diversa misura senza la richiesta di nulla osta da parte del costruttore che in alcuni casi (Honda ad esempio) è praticamente impossibile da ottenere. Nel 2011 ci venne addirittura assicurato che la nuova norma era “cosa fatta” e sarebbe stata introdotta entro fine anno. Non se ne è più saputo nulla. Verrebbe da incolpare la solita inerzia legislativa italiana, ma come ci ha insegnato Andreotti a pensare male si fa peccato ma ci si azzecca sempre. E’ rinoto che per anni l’Italia è stato il Paese della Cuccagna per i costruttori, aiutati anche da amministratori e legislatori che hanno introdotto tanti piccoli dettagli (ad esempio i blocchi alla circolazione per alcune tipologie di mezzi) per aiutare a vendere moto, scooter e ciclomotori nuovi. Su questo punto è necessario più coraggio e chiamare il bluff dei costruttori.

2) Valorizzare il mototurismo rivedendo quei fattori che scoraggiano l’uso della moto su strada: dai limiti assurdi al divieto di sorpasso esteso per chilometri di vie rettilinee e senza attraversamenti.
e
7) Incoraggiare l’uso del mezzo a due ruote, migliorando la qualità delle strade e di infrastrutture come i guard rail.

Punti molto vaghi e che non interessano solo i mototuristi. Siamo perfettamente d’accordo che l’Italia è il paese delle linee continue e dei limiti assurdi, il cui abuso ingenera negli utenti della strada uno scarso senso del rispetto delle regole, viste giustamente come applicate a casaccio se non in modo repressivo e non implementate per dare un ordine alla circolazione e garantire la sicurezza. Bisogna però andare a monte di questi problemi, ovvero sia sul perché si decide di mettere una linea continua su un rettilineo in mezzo al nulla o sul perché in Italia la manutenzione stradale costa molto più che nel resto d’Europa e sia sempre in fondo alle priorità di spesa.

3) Incentivare l’uso del mezzo a due ruote in città, per favorire la mobilità e ridurre l’inquinamento.

Siamo d’accordo e personalmente ritengo che su questo punto siamo troppo timidi, spesso nascondendoci dietro il classico “Se i trasporti pubblici funzionassero…”. Andare in moto sarà anche un privilegio, come alcuni sostengono, ma è un privilegio che paghiamo a carissimo prezzo, dalle tasse di possesso fino al carburante più caro d’Europa. Abbiamo ragione ed è inutile nascondersi dietro al paravento del politicamente corretto.

4) Cancellare finalmente l’odiosa parità tariffaria fra auto e moto sulle autostrade. Un fatto esclusivamente italiano, secondo il CIM.

Falso, in Svizzera ed Austria il tagliando autostradale costa esattamente uguale per auto e moto. Se c’è un punto su cui bisogna insistere è l’incredibile aumento delle tariffe autostradali negli ultimi anni a cui non pare che vi sia limite (esempio: Brescia Centro-Ventimiglia 32,20€. In Svizzera con 40 ChF si gira tutto l’anno senza limite di chilometraggio). Le nostre autostrade sono carissime, punto e basta. La battaglia non va condotta contro la disparità di trattamento ma contro quella che è una vera e propria tassazione priva di ogni proporzione.

5) Consentire ai motociclisti di rimontare le file, ferme o in movimento (il codice proibisce tale pratica, anche se è generalizzata e tollerata).

Personalmente preferisco che il comportamento sia tollerato anziché apertamente autorizzato. Come ha detto giustamente il nuovo AD di Porsche nel nostro paese “L’Italia è il paese dell’invidia sociale”. Inutile attrarre altra attenzione non voluta.

6) Coinvolgere le forze dell’ordine nel processo formativo dei patentandi, per far si che arrivino alla guida con un background di cognizioni e di sensibilità sul tema della sicurezza che vadano oltre la capacità di superare l’esame.

Punto su cui dissento completamente. Scopo delle forze di polizia è fare rispettare la legge e punire chi la infrange, non fare gli insegnanti. Se ci sono problemi di formazione, vanno risolti intervendo sulle autoscuole, non chiamando in causa le forze di polizia.

8) Intervenire sul settore assicurativo, per ridurre i costi che strozzano soprattutto i neopatentati.

Ci sarebbe da versare fiumi d’inchiostro virtuale su questo punto. Ridotto ai minimi termini in Italia si paga caro perché i sinistri sono tanti (anche se, essendo le auto più sicure, morti e feriti sono in calo costante) e perché il mercato assicurativo è artificiosamente ristretto. Per pagare di meno c’è veramente tanto da fare: migliorare le infrastutture, migliorare l’educazione (cosa che passa più dalla singola persona che dalle cosidette istituzioni), aprire il mercato in modo serio a compagnie estere, consentire un’unica polizza per più veicoli di proprietà di un unico intestatario etc. Chiedere la calmierazione delle tariffe significa mettersi alla mercé del governo di turno e dei sempre presenti burocrati.

Come conclusione consentitemi di dire per l’ennesima volta che senza una forte unione di motociclisti non si va da nessuna parte. Oltre ai soliti inviti di lasciare a casa la partigianeria e dimenticare le patetiche lotte di sagrestia, è importante ricordarsi che dobbiamo fare i nostri interessi, non quelli dei costruttori di moto o di caschi o dei burocrati che bramano di controllare e tassare ogni cosa che si muove. Significa che non dobbiamo spararci nei piedi chiedendo assurde calmierazioni dei prezzi o più controlli indiscriminati. Significa cercare alleati con cui condividere le nostre battaglie: ad esempio nei prossimi giorni cercherò di contattare Antonio Petrogalli della FAI di Brescia che di recente ha pubblicato sui giornali locali una lettera che pareva scritta da un motociclista, non da una persona che rappresenta chi guida autoarticolati per guadagnarsi il pane. Significa rifuggire le facili tentazioni di mettersi in mano al solito imbonitore in doppiopetto di turno o affidarsi alla clemenza dei burocrati e non ricordarsi dell’associazionismo solo quando ci minacciano di levarci la moto da sotto il deretano o di obbligarci a tirare fuori centinaia di euro.

Spero che, prima di lasciare questa valle di lacrime (l’Italia, non la vita, sono molto tentato anche io dall’emigrazione in questo periodo), possa finalmente vedere i motociclisti di questo paese muoversi in massa per i propri diritti e non solo per andare al GP del Mugello.

Mauro

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Le moto fanno bene all’ambiente

Posted by tama on December 08, 2012
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Non lo diciamo (solo) noi: lo dice anche il Governo australiano.

Il governo australiano, in un rapporto ufficiale, ha confermato quello che noi sapevamo già: utilizzare le moto fa bene all’ambiente e al traffico. Dopo aver analizzato il comportamento dei motociclisti in numerose aree urbane, infatti, la conclusione a cui è giunto il Ministero dei Trasporti australiano è netta: le moto rispettano l’ambiente e in città sono il mezzo di trasporto più adatto. L’Australia dunque è una delle prime nazioni che riconosce ciò che invece nel resto del mondo sembra essere ancora inaccettabile.

Molto interessante anche l’analisi del rapporto fatto dal Ministro dei Trasporti Australiano, Anthony Albanese: “In Australia si parla di moto solo per la loro pericolosità, un fatto che nasconde il vero valore aggiunto di questo tipo di veicoli. Le moto possono rappresentare davvero la svolta della mobilità, soprattuto urbana, andando a risolvere i problemi di tempo dei cittadini e, quindi, migliorando anche la loro produttività”. In Australia devono essere in molti a pensarla come lui, visto che il parco circolante è cresciuto di circa il 38% nel solo 2012 (da 500 a circa 700 mila veicoli).

06/12/2012 insella.it

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“Gara” fra bici e scooter: risultato scontato

Posted by tama on September 18, 2012
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Questa mattina poco dolo le 8.30 in piazzale Loreto, fra i vari ciclisti che passavano come ogni giorno con il rosso una in particolare ha attirato la mia attenzione: mountain bike, abbigliamento sportivo, occhiali aerodinamici, caschetto e una bella catena antifurto alla vita con un bel lucchettone proprio sotto l’osso sacro (chissà se ci pensa che in caso di caduta la bicicletta se la potrebbe scordare…). Lei passa con il rosso e attraversa viale Monza in direzione Centrale, io aspetto il verde e vado verso Buenos Aires. Arrivato dopo la Centrale la vedo davanti a me che… passa un altro semaforo rosso e così il successivo perché quando arrivo all’incrocio di Melchiorre Gioia è già li ferma che aspetta di girare verso Garibaldi. Ah, ovviamente per arrivare lì ha, probabilmente, prima fatto una manovra vietata al semaforo a metà di via Doria e poi ha percorso le preferenziali chiaramente vietate alle bici. Vado tranquillo rispettando tutti i semafori fino in via Farini, arrivo all’incrocio del piazzale del Monumentale, do’ la precedenza a chi arriva da viale Sturzo con il verde e chi passa? Quella con il lucchetto al sedere. Che più avanti continua a bruciare un rosso dopo l’altro, fino in via Cenisio dove io sono fermo dietro un pullman fermo al semaforo rosso e lei mi sorpassa scomparendo. Siamo entrambi partiti da Loreto e arrivati a Cenisio, io rispettando semafori, obblighi e divieti, lei no e partendo anche in vantaggio (per attraversare 3 semafori a Loreto ho controllato e ci vogliono più di 2 minuti, aspettando il verde, ovvio), ma sono comunque arrivato prima nonostante un percorso più lungo e allora mi è sorto un dubbio, non nuovo: come fanno quelli di Legambiente quando organizzano le loro gare fra mezzi pubblici, bici, auto e moto, a far vincere sempre la bicicletta?!?

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Incentivi Moto? Serve ben altro…

Posted by Kakugo on June 24, 2012
Miscellanea, Normativa, Notizie / 1 Comment

Al momento si fa un gran parlare del ritorno degli “ecoincentivi”. Arriva anche la richiesta di applicarli alle due ruote: http://www.motociclismo.it/vogliamo-gli-incentivi-anche-per-le-moto-moto-51623 .

In superficie l’obiettivo è, come sempre lo “svecchiamento” del parco circolante italiano, visto come troppo obsoleto ed inquinante. Una storia già sentita mille volte (e ribadita ancora una volta dall’ANCMA) e che non regge più. Lasciando stare le automobili, concentriamoci sulle due ruote. Nel 2001 le immatricolazioni di motocicli in Italia (tutti i mezzi sopra i 50cc) erano di 75.000 pezzi l’anno. Nel 2008, anno d’inizio dell’attuale Depressione, erano salite a 250.000 pezzi. Un incremento del 333% in sette anni su numeri che già erano visti ai tempi come eccezionali. Da fine 2008 i numeri hanno iniziato a calare precipitosamente e la situazione non mostra segni di ripresa. Ovvio che in una simile situazione l’appello all’introduzione di incentivi non suoni che come il solito disperato grido di un’industria che non ha saputo controllarsi ed ora non vuole pagare fino in fondo le conseguenze delle proprie azioni.

Questo strepitoso aumento nelle vendite non è stato il frutto di un’improvvisa ondata di benessere: gli stipendi medi italiani sono da anni i fanalini di coda della UE insieme a quelli greci e portoghesi. Si è trattata invece di una congiunzione di molteplici fattori, dai bassi tassi d’interesse sugli acquisti a rate fino alle politiche di alcuni costruttori che hanno spinto a tutta sul pedale dei grandi volumi in sostituzione dei modelli con elevato margine di guadagno. Già intorno al 2006 ci sono state voci di insofferenza da parte di numerosi concessionari che ritenevano che la situazione non sarebbe durata in eterno e che bisognasse preparare una strategia d’uscita. Nessuno li ha ascoltati, anzi: alcuni grandi marchi hanno espanso a dismisura la loro rete di vendita, con conseguenze facilmente immaginabili una volta che i volumi di vendita hanno iniziato a calare. Finora la crisi la stanno pagando in prima persona i concessionari, seguiti dagli operai degli stabilimenti: Honda ha chiuso due fabbriche di moto (una in Catalogna e l’altra negli USA), trasferendo le linee di produzione in fabbriche già esistenti. E non è il caso di parlare della triste fine dello stabilimento Yamaha di Gerno di Lesmo.

Possiamo simpatizzare con chi ha perso il lavoro, ma non saranno gli incentivi a ridarglielo. L’incentivo è un meccanismo perverso che distorce i naturali equilibri del mercato, equilibri che tentano sempre di ribilanciarsi da soli con conseguenze di gravità proporzionale alla distorsione avvenuta precedentemente. L’incentivo, come la regolamentazione, la tariffa doganale, il divieto, aiutano sempre le categorie economiche che li chiedono a forte voce o che, come accade dagli inizi del XX secolo, si mascherano dietro il “bene comune” e il “pubblico interesse”. Il filosofo ed economista francese Frederic Bastiat riassunse molto bene la mentalità di chi chiede l’incentivo nel suo trattato satirico “La petizione dei candelai”: in esso i fabbricanti di candele chiedono al governo di proibire il Sole, colpevole di “concorrenza sleale” nei loro confronti. Ovviamente l’argomento portato non è che essi si riempiranno le tasche, ma che ci saranno numerosi benefici per tutta la Francia. Ovviamente non parlano di come i contadini faranno crescere i loro raccolti o di come il povero manovale potrà permettersi di comprare candele su larga scala: il “lato oscuro” degli incentivi non va mai nominato.

Si può inoltre ricordare che i poteri economici hanno capito da decenni (il primo a parlarne fu Frederick Howe in Memories of a Monopolist del 1906!) che nascondersi dietro la facciata del pubblico interesse, nel nostro caso la riduzione dell’inquinamento, è un ottimo modo per arricchirsi a “costo zero”, dal momento che tutto il lavoro sporco viene fatto dagli organi pubblici e, magari dai privati cittadini, che si illudono di operare per il bene collettivo mentre in realtà stanno solo contribuendo ad arricchire quei potentati economici che normalmente tengono tanto in spregio. L’immortale definizione di Lenin suona sempre vera: “utili idioti”.

Di utili idioti ne abbiamo avuto abbastanza: li abbiamo incontrati nel 2007, disperati per la paura di essere obbligati a lasciare la moto, e passato il pericolo ci hanno subito voltato le spalle e ripreso a piagnucolare sul riscaldamento globale antropogenico (ovviamente causato dalle moto degli altri). Ora di sicuro staranno supportando gli incentivi in nome del “bene collettivo”, ignari che qualcuno dovrà pagare il conto. Magari loro stessi, tramite aumenti delle imposte o rottamazioni forzose…

 

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